un luogo mediatico di incontro informativo, di discussione e di divulgazione ove presentare le notizie e gli argomenti di interesse degli Ufficiali provenienti dal servizio attivo, pubblicare articoli e commenti dei singoli componenti del sodalizio per la visione aperta a tutti.
martedì 11 novembre 2025
domenica 19 ottobre 2025
Il miraggio della libertà
Un affresco corale che emoziona e coinvolge, invitando il lettore a riscoprire, attraverso le vicende di una famiglia, le radici della nostra storia recente.
domenica 9 febbraio 2025
FOIBE: Memoria di Basovizza
L’indecisione
angloamericana permise a Tito di vincere la corsa verso Trieste, giungendo nel
capoluogo giuliano il 1° maggio, il giorno prima dell’arrivo delle truppe
alleate, senza aver liberato Lubiana e Zagabria (51). Dal canto
suo l’Italia, sempre più conscia delle esitazioni angloamericane, su una
posizione di debolezza non riuscì a convincere gli alleati di salvaguardare i
territori contesi.
Durante i
quarantacinque giorni dell’occupazione titina di Trieste e della Venezia
Giulia, si verificò in modo più ampio, capillare e deciso quanto accaduto in
Istria nel settembre 1943. Le truppe jugoslave, infatti, esautorarono il
Comitato di Liberazione Nazionale italiano e assunsero i pieni poteri. Fu
imposto il coprifuoco, gli istituti bancari e assicurativi furono chiusi, la
stampa venne soppressa a eccezione del quotidiano Nostro Avvenire, di
orientamento slavo-comunista. Nelle città occupate dagli slavi furono proibite
le manifestazioni di carattere nazionale italiano. Il 5 maggio ad Aidussina,
l’Assemblea per la costituzione del Consiglio sloveno proclamò l’annessione del
Litorale Adriatico alla Jugoslavia, organizzando, a Trieste, grandi cortei inneggianti
all’Unione Sovietica e a Tito (52). Come temuto dal Governo
di Roma ripresero gli infoibamenti e le deportazioni di fascisti e
collaborazionisti e in generale di italiani con il preciso scopo di eliminarli
dal quel territorio. Come rivelò Milovan Gilas (53),
politico, partigiano e militare jugoslavo: “nel 1945 io e Kardelj, vice capo
della Lega dei comunisti, fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito
indurre tutti gli italiani ad andar via, con pressioni di ogni tipo. E così fu
fatto”. Alla fine di maggio furono istituiti i tribunali del popolo per
processare gli italiani accusati di fascismo. Furono però incriminati e
giustiziati oltre a numerosi esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale,
anche soldati che avevano combattuto a fianco degli alleati. Si calcola che le
vittime accertate dopo la fine della guerra (54), oltre a
otto soldati neozelandesi, fossero almeno 832, mentre le vittime presunte
ammonterebbero a 4.940, delle quali 2500 gettate nella foiba di Basovizza.
venerdì 9 agosto 2024
La sicurezza e la difesa europea
Nonostante i diversi tentativi effettuati nel tempo per stabilire un sistema di difesa per il Vecchio continente e la più recente costituzione di una apposita agenzia in materia (EDA, Europeen Difense Agency), la difesa comune rimane ancora allo stato embrionale e in fase concettuale. In sintesi, poche settimane dopo l’invasione russa, del 24 febbraio 2022, gli Stati membri dell’Unione europea si sono impegnati con la “Dichiarazione di Versailles” ad assumere «maggiori responsabilità per la propria sicurezza», a partire dal rafforzamento delle capacità difensive. Tuttavia, solo recentemente la Commissione europea ha presentato un piano strategico industriale per la difesa comune, i cui obiettivi riguardano l’acquisto congiunto di armamenti e il supporto all’industria militare. In particolare, si è stabilito che, entro il 2030, almeno il 40 per cento dei mezzi e materiali per la difesa siano acquistati in modo collaborativo e il 35 per cento del loro valore sia il risultato di scambi commerciali tra i 27 Stati membri. Inoltre, a marzo 2022, è stato approvato dal Consiglio dell’UE un piano d’azione, denominato “Strategic Compass”, che prevede la creazione di una forza di dispiegamento rapido (Rapid Deployment Capacity, RDC) composta da 5 mila soldati. La RDC, che sarà operativa dal 2025, consentirà di mobilitare forze terrestri, aeree o marittime in base a esigenze specifiche, per rispondere alle crisi al di fuori dei confini dell’Ue. Tuttavia detto contingente potrà intervenire solo per realizzare operazioni di peacekeeping e di prevenzione dei conflitti, svolgere missioni umanitarie o evacuare civili. La difesa collettiva, invece, non rientra tra i compiti normali della RDC; essa per essere attivata avrà bisogno del consenso di tutti gli Stati membri.
Si evidenzia, del resto, che all’interno del bilancio pluriennale dell’UE riguardante il periodo 2021-2027, le spese relative alla sicurezza e alla difesa rappresentano l’1,2 per cento del totale, pari a circa 13 miliardi di euro su 1.076 miliardi complessivi. Questo modesto livello di investimenti è legato alla considerazione che la politica di sicurezza e difesa è devoluta principalmente agli Stati membri. Di fatto, dallo scoppio del conflitto in Ucraina, gli Stati UE hanno aumentato in modo significativo le loro spese militari. Complessivamente, i bilanci annuali per la difesa hanno raggiunto i 240 miliardi di euro nel 2022 (erano 214 miliardi nel 2021) e si prevede che questa cifra continuerà a crescere nei prossimi anni. In media i Paesi UE spendono per la difesa circa l’1,5 per cento del proprio PIL. L’Italia, nel 2023, ha destinato a questo settore l’1,46 del PIL e resta comunque ancora al di sotto della soglia del 2% richiesto dalla NATO. Si deve considerare, inoltre, che mediamente solo il 20% dei bilanci nazionali per le spese militari è destinato alla cooperazione nel settore della difesa in Europa. Per aumentare questa quota, nel 2017 è stata istituita la Cooperazione strutturata permanente (PESCO) nell’ambito della politica di sicurezza e difesa comune, stabilendo il Fondo europeo per la difesa (FED), con il quale si finanziano progetti di difesa condivisi, nell’ottica di un’integrazione delle forze armate. Per il periodo 2021-2027 il FED ha stanziato 7,9 miliardi di euro da ripartire tra 17 aree d’azione, tra cui la cybersicurezza, le tecnologie spaziali e la robotica.
Preso atto che in futuro nessun Paese potrà affrontare autonomamente la propria
difesa, la maggioranza delle forze politiche europee vedono ora la necessità di
costituire un esercito comune europeo, anche contando di realizzare in questo
modo delle economie, rispetto a quanto destinato attualmente per le forze
armate nazionali. È evidente che per istituire
una forza armata europea, è necessario definire una politica di difesa unica, stabilire
le strutture di Comando, creare l’interoperabilità delle forze attivate,
standardizzare i relativi materiali e mezzi, stabilire la catena dei
rifornimenti, costruire le caserme e i poligoni per l’addestramento, ecc..
Finora per le missioni umanitarie o di peacekeeping europee, di responsabilità e durata limitata, sono state affiancate le strutture di Pianificazione (Stato maggiore integrato) e di Comando europee a quelle della NATO, attribuendo le funzioni di Comando di Vertice al Vice SACEUR in Europa. Ma l’aspetto più controverso è rimasto il fattore decisionale politico, che rimanendo nell’ambito del Consiglio Europeo è dovuto sottostare alle decisioni dei singoli Paesi fornitori delle forze impiegate. Ora, per ridurre la complessità decisionale sperimentata, nell’ambito della Commissione europea si avverte la necessità d’istituire un Commissario per la difesa, al fine di unificare il processo decisionale politico di un futuro esercito europeo mediante un Organo esecutivo istituzionale predefinito. Evidentemente la strada per realizzare l’obiettivo di un esercito europeo è ancora lunga e accidentata; essa richiede volontà politica, capacità tecnico-operative e finanziarie dedicate, in un’ottica di piena cooperazione, in cui ogni singolo Stato membro ceda parzialmente il terreno del proprio orticello, per poter organizzare uno spazio più ampio dove sviluppare tutto quanto è richiesto per soddisfare le necessità comuni di difesa e sicurezza dell’Europa.
mercoledì 27 marzo 2024
Disinformazione e Intelligenza artificiale
In merito al primo punto, si osserva che la disinformazione negli agoni elettorali potrebbe influenzare le scelte di voto oppure rendere vana la legittimità dei governi eletti, scatenando così disordini politici che avrebbero l’effetto di indebolire nel tempo le istituzioni democratiche. Tali conseguenze derivano dal fatto che la diffusione delle fake news, mediante applicazioni informatiche di uso corrente, come What’s App, Facebook e altre, rende difficile la distinzione tra contenuti prodotti dalla AI e quelli di origine umana.
Sul secondo punto, si evidenzia che la polarizzazione delle idee determinerebbe non solo l’orientamento politico di ogni cittadino, ma il modo con cui egli interpreta la realtà, influenzando in modo determinante la coesione sociale e persino l’equilibrio mentale di ogni persona. Analogamente, le istituzioni di governo deciderebbero in modo del tutto irrazionale su questioni politiche concernenti materie importanti, come salute pubblica, giustizia, educazione e ambiente, ecc.. All’interno di tale scenario, la proliferazione di informazioni improprie potrebbe anche essere strumentalizzata per rafforzare l’autoritarismo digitale e facilitare l’impiego della tecnologia per il controllo dei cittadini.
Nell’ambito del contrasto delle notizie false, terzo punto, i governi potrebbero assumere la crescente autorità di definire la veridicità delle informazioni, consentendo ai partiti politici di monopolizzare il discorso pubblico e reprimere voci dissidenti, inclusi giornalisti e oppositori.
Infine, per quanto attiene le forze armate, è noto che le maggiori potenze militari hanno impiegato, negli ultimi anni, notevoli risorse allo sviluppo di sistemi d’arma guidati dall’intelligenza artificiale, determinando un incremento dell’autonomia d’impiego di tali dispositivi. Nelle tre dimensioni, le forze armate sono in grado di eseguire operazioni di sorveglianza senza richiedere l’intervento umano diretto. Oggi, con l’AI è possibile svolgere funzioni anche più impegnative, come l’individuazione e la selezione di obiettivi, da neutralizzare simultaneamente con ordigni, missili, droni, barchini, ecc.. a guida autonoma. Di fatto, l’incorporazione delle tecnologie di intelligenza artificiale in campo militare, consente di prendere facilmente decisioni di natura strategica, con la possibilità d’incrementare il rischio d’escalation, in teatri già afflitti da ostilità e favorire la deflagrazione di ulteriori conflitti latenti.
In conclusione, per quanto enunciato, appare necessaria l’istituzione di una governance internazionale che sia in grado di stabilire le regole per lo sviluppo equilibrato, sicuro e condiviso dell’intelligenza artificiale. Poiché attualmente non esistono accordi, specie nel campo della difesa, sui criteri da utilizzare nello sviluppo dell’AI, occorre prevedere strategie di difesa e autorità in materia, al fine di mitigare i rischi che possono rendere poco affidabili le istituzioni democratiche e falsificare l’informazione. Ciò allo scopo di ricostruire la fiducia reciproca tra cittadini ed istituzioni, la quale, in tempi di veloce ed incontrollabile evoluzione tecnologica, sta venendo sempre più a mancare.
venerdì 9 febbraio 2024
Il giorno della memoria (10 febbraio 2024)
A seguito
della firma dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, Ante
Pavelic, ustascia e nazionalista croato, si rivolse, l’8 settembre
stesso, alla popolazione per denunciare i patti di
Roma del 1941 stipulati con Mussolini e annunciare che Hitler riconosceva allo
“Stato indipendente croato i territori croati persi sull’Adriatico”. I titini,
in particolare, approfittarono dello smarrimento dell’esercito italiano per
impadronirsi delle armi, delle munizioni e dei mezzi militari, abbandonati nei
magazzini e spogliare i soldati di qualunque oggetto utile alla guerra. Così
armati, essi iniziarono la conquista di parte dell’Istria, seminando terrore
tra la popolazione italiana. Il 13 settembre 1943, il Comitato popolare di
liberazione proclamò, a Pisino, la volontà dell’Istria di essere annessa alla
madrepatria croata e di far parte della Jugoslavia comunista, elevando la città
al rango di capoluogo di regione (al posto di Pola occupata dai tedeschi). Con
un proclama dell’Assemblea venne annunciata alla popolazione istriana
l’abolizione delle leggi politiche, economiche e sociali fasciste. Furono
occupati tutti gli edifici pubblici, l’antico castello Montecuccoli venne
trasformato in carcere e iniziò la persecuzione verso gli italiani. Il
trattamento nelle carceri fu inumano: ogni notte i partigiani si presentavano a
prelevare una lista di detenuti, per trasportarli verso destinazioni ignote.
Solamente con l’arrivo dei tedeschi e l’abbandono delle carceri da parte degli
slavi fu scoperto che i deportati, legati a due a due con un fil di ferro,
venivano gettati, a volte anche vivi, nelle foibe. Tuttavia gli arresti, le deportazioni e gli
infoibamenti non furono soltanto una caratteristica di Pisino. In tutta
l’Istria i titini prelevavano le vittime per sottoporle a terribili sofferenze
prima di ucciderle. Questa pulizia etnica operata a danno degli italiani aveva
una precisa finalità: eliminare la presenza italiana per poi rivendicarne il
territorio al momento della Conferenza di pace (1947 e 1954).
martedì 11 aprile 2023
Deterrenza nucleare e mantenimento della pace
La deterrenza nucleare è tornata ad
interessare l’opinione pubblica dell’Occidente a seguito della guerra in
Ucraina in cui la Federazione russa ha minacciato di attivare il dispositivo
delle proprie armi nucleari per conseguire gli obiettivi che si prefigge. Detto
apparato militare è stato predisposto durante la “guerra fredda” per realizzare
l’equilibrio di potenza tra le democrazie occidentali e il mondo comunista. Dopo
la caduta del muro di Berlino, le armi nucleari non hanno più suscitato nei
cittadini europei l’attenzione del periodo precedente, in quanto esse dovevano
in parte essere smantellate o ridotte secondo accordi internazionali, a cura di
organi specifici delle grandi potenze. In tale contesto alcuni Paesi della NATO
e dell’ex Patto di Varsavia, tra cui Ucraina e Bielorussia, hanno chiesto di
distruggere i dispositivi sul proprio territorio o di trasferirli negli
arsenali delle potenze di provenienza (Federazione russa o USA) che a tutt’oggi
li detengono a scopo di deterrenza.
La deterrenza ha particolare importanza in
ambito militare. Secondo il dizionario Treccani, essa consiste nel potere di distogliere da un’azione
dannosa per timore di una punizione o di una rappresaglia. Essa comporta
quindi, anche in tempo di pace, la
predisposizione di misure credibili volte a controbattere efficacemente
l’avversario in caso di attacco (deterrenza punitiva) o a impedire il conseguimento
di alcuni suoi obiettivi (deterrenza per negazione). In altre parole si tratta di
una dimostrazione di forza, volta a scoraggiare il nemico, (così come il
gorilla si batte il petto per allontanare eventuali aggressori/intrusi dal suo
habitat). Il principio trova la sua validità finché le parti mantengono un
comportamento "razionale", basato sul calcolo costi-benefici, in modo
che i rispettivi potenziali militari rimangano sotto il reciproco controllo. A
consolidare la deterrenza concorrono anche gli scopi che i contendenti si prefiggono.
Infatti, nel caso in cui l'interesse di una parte nel raggiungere un
determinato obiettivo sia superiore a quello di un’altra, la deterrenza basata
sulla supremazia dei mezzi può anche non bastare. Ad avvalorare questa tesi
basta considerare, tra tanti esempi, la guerra nel Vietnam. In tale conflitto
il potenziale statunitense era enorme rispetto a quello dei vietnamiti. Ma ciò
non portò la grande potenza al successo, in quanto le azioni poste in atto dai
vietcong, per difendere il proprio Paese dall’occupazione, determinarono a
lungo andare il ritiro delle forze statunitensi.
In particolare si osserva che, la minaccia d’impiegare
ordigni nucleari per salvaguardare l’esistenza della propria nazione, rappresenta
una deterrenza credibile e quindi efficace. Per questo oggi alcuni Stati, pur
non disponendo di ordigni nucleari, beneficiano dell’ombrello protettivo di
altre potenze, realizzando una deterrenza “estesa” che è diventata un pilastro
centrale dell'ordine internazionale. Infatti, molti Paesi della NATO e della
regione Asia-Pacifico (Giappone, Corea del Sud e Australia) godono della
protezione nucleare degli Stati Uniti. Ciò è possibile per la differente
capacità delle testate e dei mezzi disponibili (aerei, navi, sottomarini,
missili, ecc..) e in quanto essi possono facilmente essere ricollocati.
Il complesso equilibrio basato sulle armi
nucleari, ereditato dalla guerra fredda, è stato mantenuto nel tempo con
diversi accordi, nell’ottica di ridurre sempre più il numero di ordigni. Il
principale di questi è stato il TNP (Trattato di non proliferazione nucleare,
al quale aderivano USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito e non ne facevano
parte India, Pakistan e Corea del Nord) ed altri, che comportano altre misure,
tra cui ad esempio la limitazione di test atomici. Attualmente è ancora in
vigore l’accordo bilaterale New Start, sulla riduzione delle testate
nucleari (evoluzione dello Start: Strategic Arms Reduction Treaty),
firmato a Praga nel 2010, tra i Presidenti Usa e della Federazione russa. Questo
accordo è stato rinnovato fino al 2026, ma recentemente il Presidente della
Federazione ha dichiarato di volerlo sospendere, facendo ancora una volta
paventare la prospettiva di una nuova corsa agli armamenti e di un possibile conflitto
nucleare. In effetti, come detto, negli arsenali rimangono diverse testate nucleari.
Da evidenziare quelle trasportate da vettori a lungo raggio (missili a lunga
gittata, sommergibili e i bombardieri) che si stima per la Russia nel numero di
2.668 e di 2.126 e per gli Usa. Nell’intendimento di ridurre questi strumenti
bellici, dopo la guerra fredda, il Governo americano ha impiegato la maggior
parte degli investimenti per bonificare le scorie radioattive, in diversi
Paesi, Russia e Stati Uniti compresi. Infatti, gli Stati Uniti spendono per il
nucleare militare l’incredibile somma di 35,4 miliardi di dollari l’anno e
possiedono complessivamente meno ordigni della Russia (5.800 testate secondo la
National Nuclear Security Administration, contro 6.370 e una spesa
annuale di 8,5 miliardi di dollari).
Ora cosa ci si può aspettare, di fronte alla
situazione descritta e al conflitto in Ucraina, tenendo conto del cambiamento
degli equilibri tra le maggiori potenze, in un mondo multipolare?
È da chiedersi, innanzitutto, se la tendenza
post-guerra fredda a diminuire la deterrenza nucleare e a considerare le armi nucleari
principalmente nel contesto del disarmo sia ancora in linea con l'attuale
panorama della sicurezza mondiale, tenendo conto delle minacce della Russia,
così come del rischio che nuove potenze nucleari emergano in Medio Oriente e in
alcune parti dell'Asia. D’altro lato, nel conflitto in Ucraina la Russia ha
fornito un esempio chiaro di guerra ibrida, attuando una serie di misure (rapida
concentrazione di forze regolari al confine, impiego di forze speciali senza
insegne, sostegno ai separatisti nell'Ucraina orientale, aumento del prezzo del
gas e supporto di una massiccia campagna di propaganda) che mirano a creare
ambiguità e rendono difficile il processo decisionale dell’avversario. La
deterrenza, in questo caso, non basta per scoraggiare eventuali azioni nemiche,
ma questa tipologia di conflitto richiede anche altri mezzi: una maggiore
resilienza delle reti informatiche e l’ampliamento dei sistemi di comunicazione,
in modo da correggere rapidamente le false informazioni diffuse, la
diversificazione delle forniture energetiche, l’implementazione sul territorio
delle operazioni di intelligence, ecc. La minaccia delle autorità russe,
più o meno esplicita, di usare il nucleare in risposta al sostegno occidentale a
Kyiv, non ha finora trovato credito nei Paesi NATO e ha accelerato, invece, i
processi di adesione all’Alleanza della Finlandia e della Svezia.
Del resto gli Stati Uniti, fulcro della
deterrenza occidentale e consapevoli di agire come garanti dell'ordine globale,
hanno risposto insieme agli alleati della NATO con estrema cautela all’allerta
nucleare russa, pur continuando a sostenere militarmente Kyiv. Certo la
percezione del “rischio” nucleare è aumentata tra le opinioni pubbliche
dell’Occidente, dopo un lungo periodo di pace che lo aveva allontanato. Gli USA
hanno minacciato “conseguenze catastrofiche” nel caso in cui Mosca decida di utilizzare
questo strumento, ma, per sventarne il rischio, rimane fondamentale la coesione
occidentale che rappresenta di gran lunga l’arma di dissuasione più efficace,
per mantenere a livello globale e avviare, nel conflitto in Ucraina, una
prospettiva di pace.
mercoledì 15 giugno 2022
La pace: utopia o traguardo possibile?
È un
quesito che nasce spontaneo in questi giorni in cui siamo inondati di notizie e
avvenimenti dai contenuti infausti e drammatici che ci coinvolgono direttamente
e indirettamente. Nel nostro fragile pianeta si riteneva che la situazione
geopolitica in Europa, creatasi dopo il secondo conflitto mondiale, non venisse
più posta in discussione dopo 77 anni di pace. Il modo di vivere e i valori
dell’occidente, per alcuni in decadenza, sono stati colpiti nella loro essenza da
un’aggressione sconsiderata, volta a stravolgere gli equilibri faticosamente
raggiunti. Ora la guerra, con tutte le sue implicazioni, è realmente a casa
nostra e richiede a tutti, Stati, istituzioni e cittadini di attuare i
provvedimenti necessari, al fine di salvaguardare il bene prezioso della pace. Essa
viene definita come una “condizione di normalità di rapporti, di assenza di
guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno Stato, di gruppi
organizzati, ... sia all’esterno, con altri popoli, altri Stati, altri gruppi”
(Cfr. Enc. Treccani). In quest’ ultimo periodo i temi che riguardano la pace e
la guerra, sono stati dibattuti nei diversi aspetti e punti di vista dal mondo dell’informazione
che con i suoi sofismi ha confuso le idee a molti, anche ai più attenti osservatori.
Il Papa, massima autorità etico-religiosa e Capo di Stato, ha sollecitato in
più occasioni i potenti e i governanti dei Paesi, coinvolti nei vari conflitti,
a riconsiderare il dialogo come via d’uscita dalla follia della guerra e come
strumento per realizzare la tanta auspicata convivenza pacifica nel mondo. Del resto, per realizzare questo sacrosanto diritto
dell’uomo, molti studiosi hanno promulgato da tempo il loro pensiero, dal quale
vorrei trarre sinteticamente qualche elemento di riflessione.
Del resto risulta evidente quanto
l’ONU, organizzazione sovraordinata agli Stati e costituita per salvaguardare la
pace, abbia dimostrato la sua impotenza di fronte alle situazioni conflittuali
verificatesi negli ultimi anni, principalmente a causa della sua struttura
istituzionale che attribuisce alle maggiori potenze mondiali il diritto di veto
sulle sue risoluzioni. E allora che fare? Non c’è dubbio che, se da un lato
esiste l’urgenza di contrastare la prepotenza di un invasore verso un Paese
sovrano, nel modo in cui è possibile farlo (non solo con le armi), rispondendo
con misure idonee per impedire il compimento del suo insensato piano, da un altro
lato occorre lavorare seriamente per la costruzione concreta di una Comunità
internazionale votata alla pace. Immanuel Kant aiuta a riconoscere alcune altre
condizioni per la pace: «la costituzione di ogni Stato dovrebbe essere
repubblicana». Infatti solo uno Stato/Governo nel quale siano garantiti la
limitazione del potere attraverso istituzioni rappresentative, nonché una serie
di diritti per i cittadini, sentirà la necessità di ascoltare il volere del
popolo, direttamente o attraverso i suoi rappresentanti, nel caso di una
decisione così cruciale come lo stato di guerra. Inoltre, la mancanza di una
cultura della pace in una società evoluta genera cinismo, aggressività,
violenza, conflittualità. Pertanto, benché la pace universale trovi evidenti
difficoltà di realizzazione, nulla vieta ai singoli cittadini, alle nazioni,
alla Comunità internazionale di porre in atto, nei loro ambiti specifici, ogni
possibile azione volta al conseguimento di questo irrinunciabile diritto,
legato all’esistenza dell’uomo.
lunedì 11 aprile 2022
La forza della democrazia e della libertà
Nel
riflettere su quanto accade in Ucraina torna in mente il capolavoro di Lev Tolstoj,
“Guerra e pace”, in cui attraverso alcuni personaggi storici, lo Zar Alessandro
I e Napoleone Bonaparte, costretti a lasciare ingloriosamente il soglio del
potere, egli desidera sconfessare l’ideologia romantica della guerra e far
risaltare la fragilità e l’importanza dei valori umani. L’autore, tra l’altro,
nelle sue pagine memorabili fa trasparire un importante aspetto: “La storia non
è fatta dai grandi condottieri (Napoleone è descritto come un condottiero
vanitoso, buon stratega, colpevole di credere d’essere l’artefice del proprio
destino, come un bambino che sopra a una carrozza si crede d’essere il
conducente), ma da gruppi di persone di varia estrazione, guerrieri, nobili,
umili, generosi, ricchi, sognatori che nel loro insieme costituiscono un popolo
“.
In
particolare nel romanzo Tolstoj, testimone della disastrosa campagna di
Sebastopoli per l’Impero russo, si sforza di esprimere il desiderio di riscatto
storico e patriottico della madre patria, facendo emergere il carattere
popolare della lotta contro Napoleone, dopo l’umiliante sconfitta in Crimea (conflitto
combattuto dal 4 ottobre 1853 al 1º febbraio 1856 dall’Impero zarista, contro
un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Regno Unito e Regno di
Sardegna).
Le
pagine emblematiche del romanzo si collegano sotto alcuni aspetti agli
avvenimenti attuali in Ucraina. I cittadini di uno Stato sovrano stanno subendo
un’invasione militare, ordinata, al di fuori di ogni norma del diritto
internazionale, da un leader temerario, rancoroso e privo di umanità, quasi per
un dovere messianico di riscrivere la storia a vantaggio del proprio Paese. Con
le armi si vogliono cancellare le decisioni adottate a Yalta (Crimea, 1945)) ad
opera dei vincitori del secondo conflitto mondiale e nei trattati seguiti alla dissoluzione
dell’URSS, nel dicembre 1991. A giustificazione dell’aggressione nel cuore
d’Europa, si afferma che l’Occidente ha accerchiato e minaccia la sicurezza della
Russia, mediante l’allargamento della NATO e dell’UE sino ai suoi confini. Alcuni,
anche in Europa, avvalorano questa tesi, seguendo una narrazione mediatica che
attribuisce l’origine di ogni conflitto, specie dopo la caduta del muro di
Berlino, agli USA, all’UE, alla NATO (che è un’alleanza politica e militare a
scopo difensivo) e ai suoi alleati. Se pur è opinabile l’intervento in Iraq, da
parte di una coalizione internazionale, dapprima per deporre il dittatore
Saddam Hussein ed ora per combattere l’ISIS, l’operazione militare in Ucraina è
esecrabile in quanto ha lo scopo di esautorare un leader democraticamente eletto
(73% dei voti), allo scopo di espandere il proprio impero ai danni di un popolo
che difende la propria terra e la libertà. Del resto i conflitti in Giorgia, in
Cecenia, in Afghanistan, l’occupazione del Donbas e l’annessione della Crimea non
possono certo essere addebitati all’atteggiamento aggressivo dell’Occidente, il
quale probabilmente ha commesso qualche errore nelle relazioni con la Russia. Per
maggior chiarezza, ritengo necessario ripercorrere alcuni passi fondamentali
dei rapporti UE/NATO/Organizzazioni internazionali/Russia.
Nel
1991, dalla dissoluzione dell’URSS sono nate 15 Repubbliche indipendenti, fra
le quali l’Ucraina, prima che la NATO e l’UE iniziassero il loro allargamento a
est. Nel 1997 il G7 si trasformò in G8 per includere la Russia nel consesso dei
Paesi più industrializzati del mondo. Solo nel 1999 la Polonia entrò nella NATO,
mentre i Paesi Baltici e la Romania seguirono nel 2004. Nel 1994 la NATO iniziò
il programma “Partnership for peace (PfP)” per avvicinare all’Alleanza molte
Repubbliche ex sovietiche; in particolare, tra queste entrarono nel PfP la
Russia, l’Ucraina e la Bielorussia. Il miglioramento delle relazioni tra i vari
Partners consentì, nel 2002, nella base militare italiana di Pratica di Mare di
concludere uno storico accordo tra Russia e NATO, al fine di rafforzare la reciproca
collaborazione in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. Nel summit di Roma,
dello stesso anno, fu stabilito il Consiglio NATO-Russia (NRC), il quale doveva
riunirsi una/due volte all’anno, a livello di Ministri degli esteri, per rinsaldare
la reciproca collaborazione in ambito sicurezza, tra cui il controllo degli
armamenti, compresi quelli nucleari. Insomma, si riteneva che nel 21° secolo il
periodo della “guerra fredda” fosse realmente concluso. Ma nella conferenza di
Monaco, del 2007, il leader russo cambiò atteggiamento: accusò Washington di
voler imporre i propri standard militari ad altre nazioni, per minacciare la
Russia mediante l’installazione di scudi missilistici. Nel 2008, dopo aver imputato
agli USA di voler alimentare i conflitti globali attraverso l’uso unilaterale
della forza, il Cremlino autorizzò l’invasione della Georgia e, nel 2014, l’annessione
della Crimea e il sostegno militare per l’indipendenza dall’Ucraina delle
Repubbliche del Donbas. In realtà, detta annessione avvenne come conseguenza
della “rivoluzione arancione” di piazza Maidan a Kiev (gennaio 2014) che portò
alla caduta, a fuor di popolo, del Presidente ucraino filorusso Yanukovich. Di fronte a queste decisioni unilaterali, prese
al di fuori del diritto internazionale e degli equilibri stabiliti nei
precedenti accordi, il mondo occidentale ha reagito con sanzioni economiche e
cambiando il quadro di collaborazione con la Russia. Ma cosa ha mutato così radicalmente i rapporti
di Mosca con il mondo occidentale e con l’Ucraina, per determinare la sua
invasione? Non è stata certo l’aggressione manifestata dalla NATO e dall’Europa
nei confronti della Russia, come la propaganda di regime vuole far intendere. Il
leader della Russia ha avvertito la minaccia di congiure esterne, quando ha appreso
di perdere consensi all’interno del suo sistema di potere e di non essere in
grado di conseguire gli obiettivi che si era prefissato. Di fatto, egli non è
riuscito a modernizzare il suo Paese, nonostante un importante rafforzamento
militare che gli ha consentito di raggiungere successi in politica estera, mediante
l’impiego dei suoi soldati nei principali conflitti, dal Medioriente
all’Africa. Egli ha consolidato in modo autarchico l’economia russa, a fronte
di una diffusa globalizzazione, preparandosi da anni a resistere alle eventuali
sanzioni derivanti dalla Comunità internazionale per le sue avventure militari.
Quest’ultime, peraltro, sono state possibili a causa della debolezza del mondo
occidentale, diviso tra Stati Uniti ed Europa, favorita anche da alcuni partiti
politici simpatizzanti con il Cremlino e dall’alternanza di leadership poco
incisive nei principali Paesi. Ad esempio, va sottolineato come le politiche energetiche
europee non abbiano tenuto conto della possibilità di ricatto e della
dipendenza che potevano derivare dall’affidarsi prevalentemente alle fonti energetiche
della Russia. Rimane anche il dubbio che, ignorando la storia, l’Occidente abbia
creduto per anni che la Russia, nata dalla dissoluzione dell’URSS, potesse
diventare un Paese democratico, cancellando la sua aspirazione zarista, volta a
dominare il vecchio continente e ad allargare il suo impero e la propria sfera
d’influenza. L’Ucraina, invece, diventata indipendente, ha cercato di
scrollarsi di dosso il suo passato comunista, imposto dal regime sovietico
degli anni trenta (tre milioni di morti) e di liberarsi dai tentativi di Mosca
d’imporre il suo protettorato. Pertanto
questo Paese, recentemente, ha cercato di avvicinarsi al mondo occidentale stabilendo
al suo interno un Governo il più possibile democratico, aiutato dai flussi di
denaro proveniente dai suoi emigranti che negli altri Paesi d’Europa hanno
trovato accoglienza e lavoro, assaporando il valore della libertà. Questo
tentativo di affrancarsi dal passato, altamente contagioso per i popoli della
“grande Russia”, è ritenuto intollerabile dall’oligarchia dominante russa, in
quanto può far traballare tutto il suo sistema di potere. Il padrone del
Cremlino, ossessionato dal mantenimento delle sue funzioni (una recente
modifica della Costituzione gli consente di rivestire la carica di Presidente
sino al 2036), non ha tenuto conto nemmeno degli insegnamenti derivanti dalla “grande
guerra patriottica” e degli elementi di novità che Gorbaciov aveva
introdotto con la glasnost (trasparenza della comunicazione) e la perestroika
(instaurazione dello stato di diritto). Attualmente, purtroppo, il popolo
russo è sottoposto alla disinformazione, alle leggi ferree e autarchiche del
regime per non essere contaminato dal sistema di vita occidentale. Ma come
insegna Tolstoj il vento della modernità, della libertà, della democrazia non
può essere fermato da uno zar, il quale prima o poi è destinato a cedere il
potere nell’apoteosi del suo ego, travolto dalle rivendicazioni del suo popolo che
desidera vivere pacificamente come nel resto del mondo libero.
lunedì 14 febbraio 2022
Il conflitto alle porte d'Europa
Dal 2014 è in corso tra l’Ucraina
e la Russia una guerra, per il controllo di una parte della regione orientale
ucraina (bacino del Doneck=Donbas) popolata prevalentemente da etnia russa, che
ha causato 14.000 vittime e 1,5 milioni di sfollati. La diplomazia internazionale è al lavoro da
tempo, ma non è riuscita a trovare una soluzione in merito, in quanto sono a
confronto interessi geopolitici che riguardano la Russia, l’Europa e tutto il
sistema di sicurezza occidentale.
Nel settembre 2014, a Minsk capitale
della Bielorussia, venne stipulato un protocollo per la stabilizzazione
dell’area, sotto l’egida dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la
Cooperazione in Europa), a cui hanno partecipato rappresentanti di Russia,
Ucraina e delle Rep. Popolari di Lugansk e di Doneck, dichiaratesi indipendenti
all’avvio delle ostilità. Tale accordo non ha mai trovato applicazione, mentre il
rischio di uno scontro militare più ampio si è via via innalzato, specie in
autunno scorso, quando un grosso contingente militare russo, in assetto da
guerra, è stato schierato ai confini dell’Ucraina, senza chiare motivazioni.
Del resto, assieme alla problematica
del Donbas, sono in discussione altre questioni politiche, tra cui la crisi del
gas e quella sui migranti al confine tra Polonia e Bielorussia. Pertanto l'Europa,
sentendosi in questo momento molto vulnerabile e sotto pressione, cerca di
evitare l’avvio di azioni che possano provocare Mosca. D’altro canto, in
autunno scorso, Putin ha smentito ogni ipotesi d’invasione, rivendicando il
diritto di condurre manovre sul proprio suolo e di rispondere non solo alle
provocazioni dell’Ucraina, ma anche alle manovre navali condotte dalla NATO nel
mar Nero, poco lontano dalla Crimea. Certamente l’invasione russa dell’Ucraina
è uno scenario estremo, in cui Putin potrebbe vincere facilmente (la NATO non ha
titolo per intervenire direttamente), ma ad un prezzo altissimo in termini
economici, di vite umane e politici. Infatti, il Cremlino dovrebbe affrontare: i
costi dovuti a una lunga occupazione dei territori popolati da cittadini
estranei alle truppe russe, le sanzioni europee e statunitensi volte a
indebolire la disastrata economia russa, il possibile arresto del progetto Nord
Stream 2, il deterioramento dei rapporti con gli USA e la perdita del ruolo di
mediatore in Ucraina. Sul piano prettamente militare va considerato che la potenza
militare dell’Ucraina è stata rafforzata rispetto al passato, anche con il
contributo degli USA, ma non è in grado di sostenere un conflitto per recuperare
i territori dei cosiddetti separatisti, a prevalente etnia russa. Per le
ragioni sopra descritte, si ritiene che le manovre russe ai confini
dell’Ucraina abbiano essenzialmente uno scopo geopolitico, cioè: tenere alta la
tensione nei confronti dei partner occidentali e destabilizzare, sul piano
politico interno, il Presidente ucraino Zeleski, la cui popolarità è in
continua discesa (dal 73% all’elezione al 21% attuale). In definitiva, il
Cremlino chiede garanzie giuridicamente vincolanti, a lungo termine, per
imporre i propri interessi di sicurezza, compresa la fine dell'allargamento
della NATO e la non installazione di sistemi militari occidentali in prossimità
dei suoi confini. Il suo scopo è di far rivedere l’attuale strategia della NATO
e dell’Occidente per mantenere l’ eredità dell’URSS, inclusa l'annessione della
Crimea. Il confronto con il Presidente Biden su questi argomenti è appena
iniziato e il conflitto è lungi dall'essere risolto. Dall’ammassamento di
truppe al confine ucraino-russo e sulla linea di contatto tra l’Ucraina e le
regioni separatiste può sempre scaturire qualche incidente e un’escalation
incontrollata del conflitto.
Nel prossimo futuro, le
questioni intorno e all'interno dell'Ucraina continueranno a essere
estremamente impegnative per la sicurezza europea e la diplomazia dell'UE e
dell’Occidente. L'evoluzione dell’attuale situazione nel Donbas, rappresenta un
banco di prova per la trasformazione democratica dello spazio post-sovietico
che, a più di trent'anni dalla caduta dell'URSS, ha bisogno ancora di positive
conferme.
sabato 11 dicembre 2021
Convivio di Natale
. Ci sono tanti aspetti che portano ad avvalorare le festività natalizie rispetto alle altre; in particolare, ritengo molto importante l’occasione, una volta all’anno, di rivedere e incontrare le persone care: genitori, figli, nipoti, parenti, amici, per trascorrere un po' di tempo insieme, senza affanni e preoccupazioni.
martedì 26 ottobre 2021
Crisi in Afghanistan: declino dell'Occidente?
mercoledì 10 febbraio 2021
Giornata del ricordo (10 febbraio). Foibe: in cammino verso la verità
Sino agli anni ottanta la storia
ufficiale non ha parlato di questa immane tragedia e anche l’esodo di 350.000
dalmati è rimasto all’oscuro, in quanto argomenti imbarazzanti sia per gli
storici che per i governanti.
Allora è opportuno ricordare alcuni passi fondamentali:
- Il 26 aprile 1915,
l'Italia, che aveva deciso di entrare in guerra a fianco delle potenze
dell'Intesa, firmò a Londra il famigerato patto che assegnava in caso di
vittoria, oltre il confine al Brennero, tutta l'Istria con Trieste, Gorizia e
la Dalmazia.
- il 28 giugno 1919, a
Versailles, l'Italia ottenne solo l'Istria e la città di Zara, mentre il
territorio di Fiume venne eretto a stato libero. Questo sarà suddiviso poi tra Italia e il regno degli slavi del sud. Per
gli italiani di Dalmazia, rimasti sotto l'amministrazione slava, iniziarono
tempi molto duri, in quanto essi furono oggetto di persecuzioni, angherie e
violenze, tesi a farli abbandonare i territori che avevano abitato per secoli.
- Con lo scoppio della seconda
guerra mondiale e la successiva occupazione della Jugoslavia da
parte delle truppe dell'Asse, la Dalmazia, inclusa la città di Spalato, venne posta sotto amministrazione italiana,
che nell’ambito della nazionalizzazione forzata, compì stragi, uccisioni e
incendiò villaggi delle genti slave che sostenevano la relativa resistenza
(vds. Circolare Roatta: qui si uccide troppo poco!).
-L'infausto armistizio dell'8
settembre 1943 lasciò completamente abbandonate a se stesse le popolazioni
dell'Istria e della Dalmazia. I soldati italiani avevano abbandonato caserme,
depositi di materiali e munizioni di cui si impossessarono i partigiani slavi.
Solo Fiume e Pola, oltre a poche altre località costiere, nelle quali erano
presenti reparti germanici, scamparono all'occupazione titina.
- Verso la fine del 1943,
sotto la pressione tedesca che si apprestava a riconquistare l'Istria,
cessarono i processi farsa titini verso gli italiani e si trovò un modo più
sbrigativo per uccidere i prigionieri: l'infoibamento. Le vittime venivano
portate sull'orlo della cavità carsica, legati uno all'altro con filo di ferro;
qui venivano abbattute con armi da fuoco e fatte precipitare all'interno della
foiba. In altri casi, i carnefici, per maggior crudeltà, uccidevano solo il
primo della fila che cadendo nella voragine carsica si portava appresso gli
altri prigionieri ancora vivi. Nelle località costiere si preferiva
l'annegamento: i condannati, legati con filo di ferro e adeguatamente zavorrati
venivano gettati in mare.
-Quanti infoibati? Non si
saprà mai. L'unica foiba, oltre a quella di Monrupino, rimasta in territorio
italiano, quella di Basovizza, ha fornito circa 500 metri cubi di resti umani
e, secondo un calcolo di 4 individui per metro cubo, si arriva al numero di
2.000 assassinati. Questo è l'unico dato certo, poichè le autorità Jugoslave
non hanno mai permesso di effettuare indagini sui territori in loro possesso.
-Nel marzo 1945 gli
Alleati non capirono, o capirono solo molto tardi, che l'occupazione di quelle
regioni da parte delle truppe slave di Tito, avrebbe gravemente condizionato le
comunicazioni con l'Austria e l'Europa Centrale. Da parte di Churchill, furono
date disposizioni per affrettare l'occupazione di Trieste e delle regioni
dell'Istria prima che vi arrivassero le forze di Tito, ma ormai era troppo
tardi. Grazie anche a Palmiro Togliatti, che aveva imposto alle formazioni
partigiane italiane che operavano nella zona (Garibaldi), di porsi a
disposizione del IX Corpus Jugoslavo. La corsa all'occupazione dell'Istria e
della Venezia Giulia venne vinta dalle truppe slave che arrivarono per prime a
Trieste.
- Zara, isola d'italianità in un mare croato, aveva
subito nel corso del conflitto ben 54 bombardamenti, richiesti da Tito agli
Alleati con la scusa che la città era da
considerarsi un'importante base strategica delle forze tedesche, affermazione
priva di qualsiasi fondamento. In questo modo il maresciallo si assicurò la
distruzione della città e l'eliminazione fisica del 20% dei cittadini, periti
sotto le bombe alleate. All'arrivo delle truppe di Tito la vecchia Zara non
esisteva più e i pochi scampati ai bombardamenti furono uccisi o scacciati
dalla città.
- quello che successe a Zara, si ripeté
un po’ in tutta l'Istria e a Fiume. La caccia agli italiani, non importa
che fossero comunisti o meno, continuò con uccisioni, imprigionamenti,
infoibamenti e stupri, costringendo alla fine più di 350.000 connazionali ad
abbandonare le terre che avevano abitato per secoli.
domenica 11 ottobre 2020
La speranza nel futuro
All’inizio del 1990, ha fatto molto clamore
un libro pubblicato dal maestro sconosciuto di Arzano (NA), Marcello D’Orta,
nel quale egli raccoglieva alcuni temi, scritti con il linguaggio peculiare e autentico
dei propri alunni, nei quali traspariva la povera realtà sociale del luogo.
Questi bimbi, pur rassegnati e tristi nella loro condizione di indigenza,
raccontavano con sgrammaticature, distorsioni e ilarità quanto spiegato dal
maestro, nascondendo tra le righe un forte desiderio di riscatto, la voglia di giungere
presto ad un futuro più gratificante della realtà in cui si trovavano. In
questo periodo di pandemia, sicuramente anche noi, qualche volta, ci siamo fatti
coraggio ripetendo la frase più significativa di quel libro, “Io speriamo che
me la cavo”, avvalorando la saggezza manifestata inconsciamente da quei ragazzi
nei loro temi, il cui significato esplicito si sostanzia nella speranza di una
sorte migliore, in futuro.
La speranza (unita alla fede e alla carità) è uno dei cardini
della teologia cristiana e, come si sa, è l’ultimo sentimento a morire. Essa,
pertanto, non è assimilabile a formule generiche come: ”andrà tutto bene”,
volte ad esorcizzare un presente inaspettato e sgradito, ma rappresenta una presa
di coscienza, impegnativa e coraggiosa, verso una realtà ancora da costruire attraverso
l’esperienza del passato e sulla base dell’attuale situazione. Ciò è quanto
avrebbe bisogno la nostra società in questi tempi pieni di incertezza. Invece,
siamo invasi da una concretezza fasulla di numeri e previsioni labili, specie
sulla lotta contro il virus che ha cambiato la nostra esistenza. Si mira giustamente
al vaccino che salverà la vita: qualcuno afferma che esso è già pronto in
Russia, ma altri temono che questo non sia sufficientemente testato. Si ritiene
allora più sicuro aspettare quello in sperimentazione in Inghilterra, che
potrebbe essere distribuito a fine anno, o meglio, tra un anno o forse due. I
giovani, sempre citati come pieni di belle speranze, non si curano della
pandemia, preferiscono divertirsi oggi, poi domani si vedrà. Gli adulti che
gestiscono questo eterno presente, senza una limpida visione di futuro, ben si
guardano d’ invocare la speranza per non essere considerati imbelli. I più
anziani sono i soli attaccati alla speranza, per cercare di sopravvivere. La
speranza non può nascere dall’incertezza, essa si erge su solide fondamenta
precedentemente costruite.
Questo tema è stato affrontato anche nel meeting di Rimini, costatando
che il nichilismo (disconoscimento dei valori tradizionali, per favorire la
nascita di altri inesistenti), frutto velenoso del passato, ha attecchito
maggiormente con lo sviluppo della pandemia, alimentando nuove forme di
opinione come i negazionisti e i “no vax”.
Resta il fatto, tuttavia, che il virus non dà tregua e al momento lascia
pochi spiragli all’ottimismo. Il mondo intero da marzo è sottoposto a un test
di resistenza che ha rivelato i limiti delle strutture sanitarie, economiche e,
soprattutto, quelle culturali e di opinione. La quarantena, senza volerlo, ha posto
le nostre certezze davanti al tribunale esigente della vita, davanti all’evidenza
inappellabile del presente, lasciando aperta una questione scottante: in quale modo si può alimentare la speranza
nel futuro? Don Giulio Carron, attuale guida di C.L., dopo una profonda analisi
è giunto alla conclusione che “tutto dipende dal punto di appoggio che c’è nel
presente, da ciò che possiamo cogliere ora, per restare in piedi”.
“La società non può accettare un mondo senza
speranza”, ha affermato Mario Draghi, in apertura del meeting e, nel proseguo,
ha sottolineato che “la partecipazione alla società del futuro richiederà, ai
giovani di oggi, ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento”. In
conclusione, appare opportuna, innanzitutto, un’indagine precisa e pubblica
sulle ragioni di quanto accade oggi, in quanto queste, una volta definite, ci
faranno guardare in modo diverso al futuro. Ma occorre, in particolare, sostenere
l’arricchimento culturale, una preparazione più accurata delle giovani
generazioni, rivolta a colmare i vuoti
di una società edonistica, del profitto e dei consumi, per rispondere alle sue
necessità di cambiamento strutturale, al fine di cogliere quelle opportunità
che fanno ben sperare per l’avvenire.
venerdì 3 aprile 2020
giovedì 26 marzo 2020
In attesa della felicità
sabato 21 marzo 2020
FRAGILITA' e INTERDIPENDENZA della nostra società
domenica 26 gennaio 2020
L'ANNO CHE VERRA'
-
Ancora una volta abbiamo la gioia di celebrare la festa del Natale e di salutare un nuovo anno, con la speranza di uscire definitivamente da...
-
All’inizio del 1990, ha fatto molto clamore un libro pubblicato dal maestro sconosciuto di Arzano (NA), Marcello D’Orta, nel quale egli racc...
-
La deterrenza nucleare è tornata ad interessare l’opinione pubblica dell’Occidente a seguito della guerra in Ucraina in cui la Federazione...


