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venerdì 9 febbraio 2024

Il giorno della memoria (10 febbraio 2024)

 


A seguito della firma dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, Ante Pavelic, ustascia e nazionalista croato, si rivolse, l’8 settembre stesso, alla popolazione per denunciare i patti di Roma del 1941 stipulati con Mussolini e annunciare che Hitler riconosceva allo “Stato indipendente croato i territori croati persi sull’Adriatico”. I titini, in particolare, approfittarono dello smarrimento dell’esercito italiano per impadronirsi delle armi, delle munizioni e dei mezzi militari, abbandonati nei magazzini e spogliare i soldati di qualunque oggetto utile alla guerra. Così armati, essi iniziarono la conquista di parte dell’Istria, seminando terrore tra la popolazione italiana. Il 13 settembre 1943, il Comitato popolare di liberazione proclamò, a Pisino, la volontà dell’Istria di essere annessa alla madrepatria croata e di far parte della Jugoslavia comunista, elevando la città al rango di capoluogo di regione (al posto di Pola occupata dai tedeschi). Con un proclama dell’Assemblea venne annunciata alla popolazione istriana l’abolizione delle leggi politiche, economiche e sociali fasciste. Furono occupati tutti gli edifici pubblici, l’antico castello Montecuccoli venne trasformato in carcere e iniziò la persecuzione verso gli italiani. Il trattamento nelle carceri fu inumano: ogni notte i partigiani si presentavano a prelevare una lista di detenuti, per trasportarli verso destinazioni ignote. Solamente con l’arrivo dei tedeschi e l’abbandono delle carceri da parte degli slavi fu scoperto che i deportati, legati a due a due con un fil di ferro, venivano gettati, a volte anche vivi, nelle foibe.  Tuttavia gli arresti, le deportazioni e gli infoibamenti non furono soltanto una caratteristica di Pisino. In tutta l’Istria i titini prelevavano le vittime per sottoporle a terribili sofferenze prima di ucciderle. Questa pulizia etnica operata a danno degli italiani aveva una precisa finalità: eliminare la presenza italiana per poi rivendicarne il territorio al momento della Conferenza di pace (1947 e 1954).


mercoledì 10 febbraio 2021

Giornata del ricordo (10 febbraio). Foibe: in cammino verso la verità

 

Sino agli anni ottanta la storia ufficiale non ha parlato di questa immane tragedia e anche l’esodo di 350.000 dalmati è rimasto all’oscuro, in quanto argomenti imbarazzanti sia per gli storici che per i governanti.

Allora è opportuno ricordare alcuni passi fondamentali:


- Il 26 aprile 1915, l'Italia, che aveva deciso di entrare in guerra a fianco delle potenze dell'Intesa, firmò a Londra il famigerato patto che assegnava in caso di vittoria, oltre il confine al Brennero, tutta l'Istria con Trieste, Gorizia e la Dalmazia.

- il 28 giugno 1919, a Versailles, l'Italia ottenne solo l'Istria e la città di Zara, mentre il territorio di Fiume venne eretto a stato libero. Questo sarà suddiviso poi  tra Italia e il regno degli slavi del sud. Per gli italiani di Dalmazia, rimasti sotto l'amministrazione slava, iniziarono tempi molto duri, in quanto essi furono oggetto di persecuzioni, angherie e violenze, tesi a farli abbandonare i territori che avevano abitato per secoli.

- Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e la successiva occupazione della Jugoslavia da parte delle truppe dell'Asse, la Dalmazia, inclusa la città di Spalato,  venne posta sotto amministrazione italiana, che nell’ambito della nazionalizzazione forzata, compì stragi, uccisioni e incendiò villaggi delle genti slave che sostenevano la relativa resistenza (vds. Circolare Roatta: qui si uccide troppo poco!).

-L'infausto armistizio dell'8 settembre 1943 lasciò completamente abbandonate a se stesse le popolazioni dell'Istria e della Dalmazia. I soldati italiani avevano abbandonato caserme, depositi di materiali e munizioni di cui si impossessarono i partigiani slavi. Solo Fiume e Pola, oltre a poche altre località costiere, nelle quali erano presenti reparti germanici, scamparono all'occupazione titina.

- Verso la fine del 1943, sotto la pressione tedesca che si apprestava a riconquistare l'Istria, cessarono i processi farsa titini verso gli italiani e si trovò un modo più sbrigativo per uccidere i prigionieri: l'infoibamento. Le vittime venivano portate sull'orlo della cavità carsica, legati uno all'altro con filo di ferro; qui venivano abbattute con armi da fuoco e fatte precipitare all'interno della foiba. In altri casi, i carnefici, per maggior crudeltà, uccidevano solo il primo della fila che cadendo nella voragine carsica si portava appresso gli altri prigionieri ancora vivi. Nelle località costiere si preferiva l'annegamento: i condannati, legati con filo di ferro e adeguatamente zavorrati venivano gettati in mare.

-Quanti infoibati? Non si saprà mai. L'unica foiba, oltre a quella di Monrupino, rimasta in territorio italiano, quella di Basovizza, ha fornito circa 500 metri cubi di resti umani e, secondo un calcolo di 4 individui per metro cubo, si arriva al numero di 2.000 assassinati. Questo è l'unico dato certo, poichè le autorità Jugoslave non hanno mai permesso di effettuare indagini sui territori in loro possesso.

-Nel marzo 1945 gli Alleati non capirono, o capirono solo molto tardi, che l'occupazione di quelle regioni da parte delle truppe slave di Tito, avrebbe gravemente condizionato le comunicazioni con l'Austria e l'Europa Centrale. Da parte di Churchill, furono date disposizioni per affrettare l'occupazione di Trieste e delle regioni dell'Istria prima che vi arrivassero le forze di Tito, ma ormai era troppo tardi. Grazie anche a Palmiro Togliatti, che aveva imposto alle formazioni partigiane italiane che operavano nella zona (Garibaldi), di porsi a disposizione del IX Corpus Jugoslavo. La corsa all'occupazione dell'Istria e della Venezia Giulia venne vinta dalle truppe slave che arrivarono per prime a Trieste.

- Zara, isola d'italianità in un mare croato, aveva subito nel corso del conflitto ben 54 bombardamenti, richiesti da Tito agli Alleati  con la scusa che la città era da considerarsi un'importante base strategica delle forze tedesche, affermazione priva di qualsiasi fondamento. In questo modo il maresciallo si assicurò la distruzione della città e l'eliminazione fisica del 20% dei cittadini, periti sotto le bombe alleate. All'arrivo delle truppe di Tito la vecchia Zara non esisteva più e i pochi scampati ai bombardamenti furono uccisi o scacciati dalla città.

- quello che successe a Zara, si ripeté un po’ in tutta l'Istria e a Fiume. La caccia agli italiani, non importa che fossero comunisti o meno, continuò con uccisioni, imprigionamenti, infoibamenti e stupri, costringendo alla fine più di 350.000 connazionali ad abbandonare le terre che avevano abitato per secoli.