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giovedì 3 ottobre 2019

L'insicurezza: il malessere di una società in continuo cambiamento


L’insicurezza che colpisce sempre più la nostra società è il risultato di paure derivanti dalla psiche delle persone o da cause esterne insite nell’ambiente ove si vive, in un mondo in continua trasformazione. Ogni individuo ha le sue fragilità, le sue paure (paura di un serpente, del buio, dell’acqua, di guidare, ecc..),  derivanti dall’eredità genetica, dall’educazione ricevuta sin dai primi anni di vita o dall’esperienze affrontate nel corso dell’esistenza.  Qualora alcune paure coinvolgano la collettività, vale a dire la famiglia, la città, il Paese di appartenenza,  per il determinarsi di specifiche condizioni di rischio (terremoto, terrorismo, malattie, ecc.), il vivere comune diviene incerto e difficile. E’ utile considerare, altresì, che l’insicurezza percepita in situazioni particolari, da alcune persone, non sempre rappresenta la situazione di rischio effettivamente esistente. Ad esempio la paura di prendere l’aereo o le reazioni della folla di fronte ad un evento improvviso,  sono comportamenti che esulano da ogni canone di razionalità.
L’insicurezza che si avverte nella nostra società deriva, oltre che dalle paure dei singoli individui, da molte situazioni in atto o incombenti a livello più ampio, continentali o mondiali, che deteriorano la comune sopravvivenza. A titolo esemplificativo si possono citare, tra queste, la minaccia nucleare, il terrorismo, l’inquinamento atmosferico, gli squilibri del mercato e demografici, i fenomeni naturali, le migrazioni di popoli in cerca di migliori condizioni di vita, ecc.. In particolare, quest’ultimo evento ha caratterizzato i processi storici del passato, anche del nostro Paese che, oggi,  per la sua collocazione geografica è soggetto a detto fenomeno. L’arrivo sul suolo patrio di altri esseri umani è percepito come un attacco a tutto ciò che ci appartiene (le tradizioni, il benessere, la cultura, ecc..), sia che essi giungano dall’Africa, dai Paesi asiatici, dai Balcani o dal Medioriente. L’incontro con popoli, di altre culture, religioni, ecc.. ci dà un senso di insicurezza perché ci costringe ad aprire la fortezza del nostro piccolo mondo. Chi è vissuto all’estero in contesti multietnici, ha già incontrato e vissuto tale sensazione nei rapporti con gli altri. Tuttavia,  riflettendo, ci si rende conto che, alla fine,  nonostante molte diversità, gli esseri umani hanno in comune la capacità di ragionare, comprendere e adattarsi a nuove realtà, così come il desiderio di  felicità. In generale, gli spostamenti di popoli sulla terra, alla ricerca di migliori condizioni di vita, avvengono, quando non provocati esplicitamente da regimi autoritari (per attuare la pulizia etnica), a causa di tante situazioni di sottosviluppo, indigenza, crisi politiche e guerre. E’ noto che la specie umana sul nostro pianeta,  sin dalle sue origini, è andata alla ricerca di nuovi territori per soddisfare le aumentate esigenze di vita e di sviluppo. L’Homo Sapiens è partito dalle savane africane dell’Etiopia, per giungere con lunghissime migrazioni in Asia, in Australia e addirittura in America attraversando lo stretto di Bering. Se i nostri progenitori non si fossero avventurati verso terre lontane e inesplorate forse, come i Neanderthal, non saremo qui a raccontare la loro storia. Certo questi fenomeni ci rendono insicuri,  sospettosi verso coloro che  entrano nel nostro territorio abituale, specie quando manifestano comportamenti imprevisti, non convenzionali. Appare ovvio che le migrazioni debbano essere regolamentate al più alto livello possibile,  per far sì che esse non diventino  un business ignobile nelle mani di pochi.
Tuttavia, occorre evidenziare che l’aumentato senso d’insicurezza che oggi si avverte nelle relazioni con gli altri è frutto, principalmente, di una società globalizzata, liquida, ove i riferimenti temporali e spaziali del passato, delle tradizioni e delle piccole comunità di appartenenza, si sono disgregati a favore di più larghe e incontrollabili organizzazioni impersonali (i social networks, i grandi aggregati urbani, le organizzazioni internazionali). In queste strutture  le persone sono anonime, non si riconoscono, vivono insicure e sole, piene di paure per il futuro, per sé e i propri familiari. Come, allora, aumentare la percezione della propria sicurezza? Lo psicologo americano Erik Erikson afferma che la ricerca della sicurezza porta a riaffermare la propria identità, attraverso cui è possibile controllare l’ansia e la paura. A ben considerare, l’appartenenza ad una comunità, a una Nazione,  ecc.. ci può dare, attraverso i rispettivi leader, un più concreto senso di sicurezza in un mondo indefinito,  in continuo cambiamento.  Ma i leader hanno la responsabilità di creare, con misure appropriate, tale positiva percezione, senza far leva sulle paure endemiche tipiche dell’attuale società, tenendo conto dell’evoluzione continua delle comunità che rappresentano e dei mutamenti che  avvengono all’esterno, anche per effetto della globalizzazione che condiziona ogni situazione terrena, come i movimenti delle acque del mare influiscono sulla navigazione di una nave.

mercoledì 8 maggio 2019

La Grande Missione

Mantenere accesa la fiamma dei nostri valori è  lo scopo principale della nostra associazione, costituita prevalentemente da Ufficiali in quiescenza, con una lunga esperienza di vita militare. Per meglio comprendere il significato di tale assunto, ritengo che si possa trarre qualche utile riflessione dal contenuto di un’opera letteraria del secolo scorso: “Il deserto dei Tartari”. Il libro è stato scritto da Dino Buzzati, un bellunese, giornalista del Corriere della Sera, nel periodo che precede la seconda guerra mondiale. Egli descrive in modo inquietante e a volte molto critico, ambienti, regole, personaggi,  aspettative del mondo militare. Probabilmente, da giovane sottotenente, aveva colto i lati più discutibili e negativi di questa vita. Ma, nell’insieme, la storia che racconta è la parabola di un Ufficiale che  perde l’entusiasmo iniziale per adattarsi alla routine di un lavoro duro e ripetitivo, fuori dalla realtà, mentre il tempo scorre a sua insaputa, in attesa di qualcosa  (l’arrivo dei Tartari) che deve avvenire. L’evento si verificherà quando egli, ammalato e prossimo alla fine, sarà lontano ed impossibilitato a partecipare alla battaglia  desiderata.
Il  protagonista, Tenente Giovanni Drogo, è assegnato alla Fortezza Bastiani, un avamposto al confine del deserto sottostante, teatro di rovinose incursioni da parte dei Tartari. La fortezza è collocato sulla sommità di una montagna. I militari che la presidiano sono fermamente decisi a difenderla con regole ferree; essi sono sostenuti da un’unica speranza che è lo scopo della loro missione: attendere i Tartari in quel deserto, per combatterli, acquisire gloria, onore e diventare, insomma, eroi. Il giovane Ufficiale avverte subito una contraddizione. Si accorge che dal quel luogo non potrà realizzare i  suoi ideali e, dopo i primi quattro mesi, desidera di andarsene, ma allo stesso tempo, al di fuori della fortezza, nella città, ove risiedono i suoi affetti, non si trova più a suo agio. Così  rimane a vivacchiare lassù  in quel luogo, sospeso tra terra e cielo, fino ad accorgersi, dopo 15 anni, che il tempo è fuggito. Il Maggiore Giovanni Drogo, minato da una grave malattia, è costretto a lasciare la Fortezza per andare a morire, da solo, in un'anonima locanda, in città. Ma egli non muore nella disperazione. Superata, infatti, la rabbia, la delusione, la tentazione di rinnegare tutta la sua vita, egli si convincerà che la Missione Suprema è proprio quella che sta affrontando: la morte «esiliato fra ignota gente», da solo ed abbandonato.
Il testo è ricco di significati metaforici e simbolici. La fortezza è il nostro io, impenetrabile, disumanizzato, nella città ci sono gli altri, gli amici, le persone care. Il deserto è la vita arida e senza valori, con le sue paure e le sue illusioni. In tale quadro, si può leggere un messaggio profondo che riguarda tutti e ciascuno di noi.  E’ sbagliato rinchiudersi nella fortezza del proprio io, distaccandosi dagli altri e abbandonarsi ai riti quotidiani, senza dare un senso alle proprie azioni ed  attendere spasmodicamente che sulla sabbia gialla della vita si verifichi l’evento, per il quale abbiamo dedicato tutte le nostre energie, sperando alfine in una gratificazione che nessun uomo ci darà. Il fluire inesorabile del tempo ci porterà, in ogni caso, come per Giovanni Drogo, verso l’ultima, certa Missione. I nostri ideali non possono mai venir meno per le difficoltà che con il passare degli anni sono destinate ad aumentare. Anche l’Ufficiale protagonista del racconto, alla fine, riscopre l’onore e la dignità e pensa:  “Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati finalmente della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare.”

mercoledì 27 marzo 2019

La sfida USA - Cina


Il 9 novembre  1989 cadde a Berlino la cortina di ferro, simbolo della divisione dell’Europa nelle sfere d’influenza statunitense e sovietica,  decretando la fine del periodo storico chiamato guerra fredda. D’allora l’equilibrio mondiale ha subito numerosi cambiamenti. Le guerre nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, il terrorismo internazionale, la guerra siriana, la crisi in Giorgia e in Ucraina, l’occupazione della Crimea, ecc., sono alcuni dei conflitti che hanno modificato il quadro geopolitico mondiale. La NATO  ha diminuito lo slancio nell'allargamento dei suoi confini  verso est, mentre si è riscontrato un sempre maggiore attivismo da parte delle principali  potenze dell’Eurasia,  Russia, Iran, Cina, alle quali recentemente si è aggiunta la Turchia.
Nello stesso tempo, anche l’Europa non ha fatto progressi sulla strada dell’auspicata integrazione, salvo la parziale unità monetaria, in quanto non è stata in grado di darsi una costituzione politica e di dotarsi di un sistema di difesa comune.
In generale, dopo la crisi economica del 2008, si è assistito a un indebolimento, sotto ogni punto di vista, del sistema euro-atlantico e una forte ascesa del mondo euroasiatico a guida cinese. Questi avvenimenti hanno creato i presupposti per una nuova sfida mondiale,  acuitasi a partire dal 2017 con l’ascesa dell’amministrazione Trump. Di fatto, è ricominciata la sfida diretta tra gli Stati, con il riaffermarsi della loro sovranità e l’affievolirsi dell’autorità da parte degli Organismi sovranazionali.
Attualmente, tale confronto si sta svolgendo nella regione geografica dell’Eurasia, ove  gli USA  per bloccare la nascita  di  una grande area economica, politica e militare  cercano di destabilizzare l’Iran, con le sanzioni contro lo sviluppo del nucleare e la Cina, mediante l’imposizione di pesanti dazi economici per le merci esportate negli Stati Uniti. La disputa USA- Cina può portare a sviluppi imprevedibili. Ma si può facilmente immaginare, sulla base dei precedenti storici, che la competizione occidente e oriente porti sicuramente a conseguenze destinate a cambiare l’attuale ordine mondiale.
Le sfide che l’Impero Celeste pone agli USA investono ogni campo: economico, geopolitico e militare. Partendo dal campo economico- politico, la Cina ha creato, sin dagli anni’80, un nuovo tipo di capitalismo, risultato dalla combinazione dell’ideologia comunista con il libero mercato, nominato capitalismo statalizzato che si contrappone al capitalismo occidentale. Il modello cinese ha dimostrato un’efficienza senza precedenti nella costruzione di grandi opere pubbliche, nella formazione di una forte classe media e un costante rafforzamento della crescita economica nazionale. Con un tale apparato la Cina ha realizzato l’espansione dei suoi  commerci verso i Paesi del Terzo mondo, chiedendo a questi solo la tutela dei suoi interessi economici, senza pretendere, al loro interno, la salvaguardia dei diritti umani, a differenza dei Paesi occidentali e degli Stati Uniti. Con tale procedura, la Cina evita  di creare nei Paesi sottosviluppati instabilità interne e ingerenze da parte delle potenze occidentali. Questa appare la ragione per cui l’Impero Celeste sta conquistando i mercati di molti paesi dell’Africa sub sahariana, a discapito di ex potenze coloniali come Francia, Belgio e degli stessi USA che continuano a perdere terreno.
Dal punto di vista geopolitico, il progetto inaugurato dal presidente Xi Jinping, nel 2013, volto allo sviluppo di nuove via della seta, One Belt, One Road, segna una svolta per l’ex impero, in quanto rivolge i suoi interessi non solo all’entroterra euroasiatico, ma anche alle rotte marittime dell’oceano Pacifico.  Questo piano prevede un grande sviluppo infrastrutturale nel continente asiatico (One Belt) e nuove vie commerciali marittime nel Pacifico (One Road), con le quali raggiungere anche i porti europei. Ad esempio, In Italia sono in corso contatti con i cinesi per l’ampliamento del porto di Trieste. E’ evidente che “le nuove vie della seta” hanno anche l’obiettivo di sconvolgere, specie  in Eurasia, l’ordine stabilito alla fine della  seconda guerra mondiale.
Nonostante gli sviluppi diplomatici favorevoli sulla questione tra le due Coree, gli USA sono particolarmente sensibili  all’attuazione del progetto  della Cina, con il quale essa potrebbe conseguire il predominio marittimo sul Pacifico, ora in possesso degli Stati Uniti, allo scopo di implementare i flussi commerciali  verso il resto del mondo.
In conclusione, la sfida USA- Cina, in atto, non ha un significato puramente economico, ma coinvolge il pianeta in una competizione globale che stravolgerà l’attuale ordine mondiale.
Papa Bergoglio tornando dalla sua missione in Corea del Sud, affermò: “Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti… un aggressore ingiusto deve essere fermato, ma senza bombardare o fare la guerra”.


venerdì 13 aprile 2018

Identità civile e religiosa di un Paese


L’identità di uno Stato si basa su elementi, storico-culturali, politici, civili, religiosi, i quali rappresentano, nel loro insieme, il patrimonio che unisce i cittadini e li caratterizza nei confronti di altre nazioni. Il dibattito sulla laicità delle Istituzioni  e l’importanza di tenere vive le radici cristiano-cattoliche nella società italiana non ha ancora portato a risultati concreti, anzi ha amplificato la difficoltà di sviluppare un sentimento nazionale comune che esprima l’appartenenza a questo Paese. Per risolvere il confronto laicità-religione tradizionale, presente in molte comunità occidentali, si è affermato in epoca moderna il concetto di “religione civile”, rilanciato negli Stati Uniti, nel 1967,  ad opera del sociologo Robert Neelly Bellah, attraverso un profondo studio sulle religioni. Tale pensiero si concretizza nella elaborazione di un insieme di  modi di dire, simboli e riti,  tratti dalla religione tradizionale, per rafforzare l’identità politica della società civile, da realizzare mediante un’armonica compenetrazione tra potere politico e potere religioso (Rusconi)”. In altre parole, alcuni elementi delle religione tradizionale sono utilizzati per rinforzare l’identità politica della comunità nazionale. Tutti noi ricordiamo, in tempi non molto remoti, che le manifestazioni pubbliche in occasione delle ricorrenze patriottiche più significative, comprendevano sempre  la celebrazione della S. Messa. La “religione civile” si differenzia dalla fede politica, in quanto si colloca al di fuori delle ideologie politiche, entro il sistema democratico e convive con diverse religioni tradizionali. L’argomento è entrato nel dibattito attuale quando si è discusso, durante la stesura della Costituzione europea, sulle radici cristiane dell’Europa e, allo stesso tempo, sulla necessità di confrontarsi con nuove religioni e nuove culture, quali l’islam, la Cina, l’India, ecc.. In Italia il tema appare di attualità in relazione alla caduta e alla crisi dell’etica civile e pubblica (per corruzione, evasione fiscale, criminalità, mafia, ecc..) e alle critiche avanzate dal mondo cattolico, all’adesione, da parte delle Istituzioni dello Stato, a nuove concezioni di libertà individuali e di diritti civili, in conflitto con i principi della sua dottrina.  D’altra parte, nel pensiero laico e ateo di un’altra parte della nostra società, si fa strada sempre di più l’avversione verso i simboli ed  i riti religiosi, in particolare di quelli riguardanti  la religione cattolica. Questa incapacità di considerare e rispettare le sensibilità degli altri è la prova dell’esistenza di una profonda divisione nella società italiana.
Molti studiosi (Galante Garrone, De Luna, Tullio-Altan, ecc.) ricordano che nel nostro Paese non si è formato ancora il “patto di memoria”, il sentimento nazionale che si riconosce in una storia condivisa. Essi individuano quali cause di tale carenza: la disaffezione dei cittadini verso la cosa pubblica, il prevalere dei particolarismi in molti settori sociali e dei campanilismi a livello territoriale, lo scarso potere unificante dei simboli e dei miti (aspetti storico-culturali-politici) attorno a cui è stata costruita la nazione. Molte analisi sul tema individuano nelle responsabilità pubbliche e politiche il fattore prevalente che ha impedito la formazione, nella nazione, di una “religione civile”. La carenza di patriottismo repubblicano (Rusconi, 1997), di grandi riti capaci di scandire la vita pubblica, di un’idea alta di nazione, è anche l’effetto del debole investimento operato al riguardo dalle forze politiche e dai partiti che si sono succeduti nel corso degli anni. Essi non hanno saputo o voluto “sacralizzare” i momenti e le figure importanti della nostra storia.
In Italia, ma non solo, c’è ancora molto da fare per unire i cittadini attorno all’idea di una “religione civile”. Eppure questa è di fondamentale importanza per il sistema politico e la classe dirigente, in quanto favorisce l’armonia ed il governo del Paese, soprattutto nelle fasi di maggior rottura della società, quando la tenuta dei legami sociali è più a rischio. “ Una Politica non in grado di produrre simboli si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente; è una Politica esangue, senza anima, destinata a soccombere (De Luna, 2013, 11)”.

venerdì 15 dicembre 2017

Lettera a Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino, desidero scriverti anch’io la letterina di Natale, adesso che non sono più bambino, ma avanti con gli anni. Sono provato dal peso delle numerose esperienze vissute, buone e meno buone, ma sento ancora il fascino di quanto succede nel mondo, nel giorno della tua nascita e credo che tu possa darmi ancora una mano.

Fammi guardare il mondo e gli uomini come sai guardarli tu, con uno sguardo ottimista, di speranza per tutto ciò che di buono portano in sé.

Migliora il mio udito, per ascoltare con maggiore attenzione tutte le persone che vivono accanto a me, in modo che possa trasmettere e condividere con loro la grande gioia e la serenità del Natale. Fa che possa sentire le vibrazioni più recondite della musica del creato e, nelle sue armonie, cogliere le note dolenti di chi si trova in difficoltà.

Dài forza alle mie mani, usurate dalla fatica del lungo lavoro, in modo che possano protendersi verso gli altri, con gesti di amicizia e spargano semi di concordia e di pace, proteggano l’ambiente e le bellezze che mi circondano.

Mantieni la mia mente viva, per riflettere, pensare e collaborare, al fine di costruire condizioni di vita migliori, una società più giusta dalla quale siano bandite le azioni riprovevoli, violente, disumane.

Infine, portami un cuore nuovo, un cuore giovane, entusiasta, che sappia ricevere e dare amore, un cuore che sappia ben governare tutto il mio essere. Tu lo sai che il mio cuore è invecchiato: si è indurito, di fronte alle disillusioni che ho incontrato nella vita. Ma, in fondo, ha ancora gli stimoli del bambino che ero, quando sognavo di diventare adulto. Fammi ritrovare quel cuore capace di dare e ricevere tenerezza, capace di dare e ricevere gioia, capace di amare e di lasciarsi amare.

Caro Gesù Bambino, ti ringrazio degli anni che mi hai donato. Non voglio che tu me li tolga. Essi hanno, in realtà, tutti un loro senso, un loro valore, ma ti chiedo solo di dare alla mia esistenza un impulso nuovo, per continuare a sognare come una volta, essere bambino dentro, apprezzare sempre più il grande dono della vita.

Tanta felicità ed auguri per le prossime festività natalizie e Capodanno 2018.


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sabato 6 maggio 2017

Il futuro dell'intelligenza artificiale

Il 7 novembre u.s., il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) , Roberto Cingolani, ha presentato “R1” il prototipo di umanoide pensato per interagire ed essere vicino all’uomo negli ospedali, nelle banche, negli aeroporti, ecc.. E’ il risultato di anni di ricerche e rappresenta il primo concreto passo verso la creazione di macchine in grado di risolvere problemi complessi interagendo con l’ambiente circostante, in particolare con l’uomo, cioè dotate di intelligenza artificiale. In questo campo troviamo già nei nostri computer figure animate che ci parlano e chiedono di cosa abbiamo bisogno. Le assistenti famose sono Siri, Cortana, Cloe, ecc.. lanciate sul mercato con i programmi di ultima generazione (Windows 10, iOS 6, ecc..). Il balzo in avanti in questa materia è reso possibile dai significativi sviluppi nel settore del riconoscimento vocale. Tuttavia, questo non è sufficiente per consentire la comprensione del significato delle parole e formulare, ad un computer, domande complesse e ricevere una risposta precisa.
Gli assistenti virtuali non sono altro che una particolare forma di intelligenza artificiale (IA), cioè programmi costruiti per risolvere una gamma di problemi in uno specifico settore. Ad esempio riescono a battere un campione di scacchi, tradurre in tempi rapidissimi e con un elevato grado di accuratezza un testo, guidare un’automobile. Solo a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, gli esperti di IA hanno iniziato a incrociare tra loro software in settori quali l’apprendimento, la statistica, il controllo automatico, le neuroscienze, allo scopo di comprendere, imitare il modo in cui gli esseri umani percepiscono e agiscono in un ambiente ben definito. La multidisciplinarietà dell’approccio, insieme all’aumento delle capacità di calcolo dei computer e allo sviluppo di algoritmi in grado di trattare enormi volumi di dati, ha permesso di realizzare significativi passi in avanti. L’ IA domina quindi già ogni aspetto della nostra vita. E’ presente sul nostro smartphone, nelle nostre auto – computer di bordo, navigatore satellitare –, sui nostri tablet e PC, e inizia a invadere le nostre abitazioni. I progetti futuri di IA mirano a rendere “intelligente” una miriade di oggetti che oggi non lo sono, dal frigorifero alla lavatrice, dal termostato al sistema di illuminazione di casa nostra. Alcune di queste IA domotiche sono già disponibili sul mercato e installate nelle abitazioni degli utenti più facoltosi. Recenti sviluppi tecnologici rendono ora possibile che lo specchio del bagno di casa fornisca, quotidianamente, informazioni sul nostro stato di salute. Già diverse applications sul nostro cellulare permettono di tenere sotto controllo una serie di indicatori di salute.
Se questa mole di dati viene messa a disposizione di algoritmi in grado di apprendere gradualmente alla stregua di un essere umano, ecco che può svilupparsi un’intelligenza artificiale dotata di coscienza di sé. Questo approccio ha già dato i suoi frutti, per ora abbastanza limitati. Google Translate, pur non essendo cosciente, traduce con una precisione di gran lunga superiore rispetto a pochi anni fa, perché “impara” dalle correzioni apportate costantemente dai suoi utenti e, soprattutto, dalla capacità dei suoi algoritmi di comprendere la semantica di un discorso analizzando milioni di pagine che i programmatori gli forniscono costantemente. Il problema principale è quindi la capacità di sviluppare software in grado di imitare i processi neuronici del cervello umano.
Lo Human Brain Project, finanziato dall’Unione europea nel 2013 con un miliardo di euro, punta proprio a quest’obiettivo: sviluppare una simulazione perfetta del cervello umano per metterla a disposizione dei neuroscienziati e sperare così di svelare il segreto dell’intelligenza. L’evoluzione tecnologica mette oggi a disposizione della comunità scientifica capacità di calcolo e di elaborazione dell’informazione impensabili fino a pochi anni fa. Avendo ormai quasi raggiunto i “limiti fisici” della celebre legge di Moore, che prevede il raddoppio delle capacità di calcolo di un processore ogni 18 mesi, i colossi dell’informatica sono da tempo al lavoro su soluzioni rivoluzionarie che consentono al computer di elaborare un trilione di operazioni al secondo: capacità di elaborazione circa cento volte maggiore di quella del cervello umano. La velocità, naturalmente, non è tutto. Per riuscire a simulare artificialmente un cervello umano bisognerebbe avere degli algoritmi in grado di imitare i processi di apprendimento. Il metodo più utilizzato al momento è quello delle reti neurali artificiali, che connettono tra loro chip al posto di neuroni e utilizzano tecniche di “apprendimento per rinforzo”: inizialmente, il software utilizza metodi del tutto casuali per risolvere un problema, ma quando riesce a portare a termine con successo un compito i circuiti che hanno condotto a quel risultato vengono rinforzati, mentre quelli che hanno portato a vicoli ciechi vengono indeboliti, esattamente come avviene nel nostro cervello, dove le sinapsi responsabili di azioni o riflessioni considerate efficaci sono gradualmente rinforzate.
Gli scienziati si pongono anche un altro problema: cosa succederà se un software supererà la sua programmazione e sarà in grado di acquisire una coscienza pienamente umana, senza che il suo “padrone” se ne renda conto? Questo scenario appare oggi più plausibile di quanto si potesse immaginare qualche anno fa. Il filosofo Nick Bostrom (Oxford University), in particolare, ha analizzato diversi casi in cui l’intelligenza artificiale potrebbe trasformarsi in una “minaccia esistenziale” per l’intera umanità. Non si tratta solo di scenari “alla Terminator” o “alla Matrix”, dove i robot riducono la nostra specie in schiavitù, ma anche più banali casi di errori di programmazione.

Nel film Lei, il protagonista s’innamora della sua assistente virtuale Samantha e intraprende con lei una relazione. Ciò può realmente accadere? Certamente non finché dette assistenti resteranno al livello di una Siri un po’ più sofisticata, ma data l’attuale propensione di tantissime persone a costruire rapporti con persone conosciute virtualmente, l’ipotesi non appare tanto lontana. La domanda più interessante è se invece futuri “umanoidi” siano in grado di innamorarsi degli esseri umani, o comunque provare per i loro proprietari umani un’attrazione, anche solo di tipo amichevole. Un robot davvero intelligente, infatti, acquisirebbe presto consapevolezza del fatto che l’umanità costituisca una minaccia alla sua esistenza. Il rapporto tra robot e utente umano sarà sempre, in una prima fase, squilibrato a favore di quest’ultimo, che ne è in fin dei conti il creatore. Certamente oggi non esistono oggetti autocoscienti, ma una volta che saremo in grado di crearli, essi potrebbero darci davvero una dimostrazione della loro intelligenza: darci informazioni sbagliate (mentire) per sopravvivere.