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giovedì 26 marzo 2020

In attesa della felicità

Comunemente, si pensa che la felicità sia un’illusione, un mito, una favola da raccontare ai bambini. Si ha la convinzione che pochi l’abbiano davvero conosciuta o abbiano potuto goderla a lungo e che, comunque, il suo raggiungimento debba avvenire attraverso il merito di privazioni e sacrifici, come la conquista di un trofeo  o di un premio. 
Gli studi scientifici dimostrano, invece, che il  cervello è programmato per produrla continuamente. In ogni istante, infatti, mentre noi rincorriamo pensieri, progetti, obiettivi, il cervello  si predispone a creare una condizione di pienezza e di soddisfazione, mantenendo sempre attive le centraline del piacere e della gratificazione, secernendo endorfine e neuro-trasmettitori che portano allo stato di benessere (felicità). Purtroppo, nell'esperienza di molte persone sono soprattutto gli stati d'animo negativi ad avere la meglio, i quali turbano ed affliggono la loro mente e non solo. Spesso, si guarda con diffidenza alle persone che pur avendo davvero poco, si mostrano felici. Si pensa che queste siano ingenue, di poche  pretese, ecc.. In realtà, sono infelici coloro che bramano disporre sempre di più, oltre alle loro possibilità. Costoro vivono sempre nell’attesa che si realizzi un progetto importante o si  presenti  un’occasione fortunata, per risolvere ogni loro problema e raggiungere la serenità. Anteponendo continuamente condizioni alla propria gratificazione, questa non si raggiungerà mai. 
L'opinione corrente è che i momenti felici  corrispondano a eventi eccezionali: il  matrimonio, il primo amore, la laurea, la firma di un buon contratto,  una vacanza memorabile, la nascita di un figlio, ecc.. Assuefatti ormai alla routine e alle abitudini, non si dà più alcuna importanza alle cose positive e alle piccole soddisfazioni che rallegrano la vita di  ogni giorno. Non si considera che essa è cosparsa di istanti felici; basta non soffocarli con i pensieri rivolti ossessivamente al passato. Occorre anche non ascoltare le sirene della nostra società nichilista che osannano valori fatui, come la ricchezza, il potere, il successo. Essi  non danno felicità, ma portano a  situazioni d’insoddisfazione, se non di delusione e talvolta di disperazione. 
Gioia e dolore sono stati interiori che coinvolgono le persone ogni istante, in quanto prodotti dal cervello, non dal mondo esterno. E’ un’opinione sbagliata pensare che la felicità si realizzi  in condizioni ideali o eccezionali. L’attesa spasmodica di questi eventi non fa altro che allontanare la gioia della loro conquista ad un futuro sconosciuto ed incerto che  potrebbe non arrivare mai. Così la felicità diventa una mera utopia, mentre l’insoddisfazione diventa la norma, che si sopporta solo mirando alla ricompensa promessa, ai credenti, oltre la vita terrena. Non si può trovare gioia e benessere nella presente situazione  di vita se questa è condizionata dalla  realizzazione di aspettative che potranno verificarsi o meno nel futuro. E’ necessario considerare, invece, che la felicità è presente entro ciascuno di noi, nella nostra mente, proprio oggi, in questo istante. Abbiamo tutto quello che serve per essere felici. Basta solo che lo vogliamo.

sabato 21 marzo 2020

FRAGILITA' e INTERDIPENDENZA della nostra società

In un’opera intitolata “La società del rischio”, scritta negli anni Ottanta del secolo scorso, dal sociologo tedesco, Ulrich Beck, si afferma che la società attuale, quale conseguenza dell’alto livello tecnologico raggiunto, genera inevitabilmente rischi legati al carattere complesso e difficilmente controllabile delle tecnologie stesse. La modernità della nostra società  sprigiona forze distruttive che ci costringono a riflettere su questa   nuova fase della storia umana.
Considerando le problematiche scaturite dall’attuale coronavirus, le tesi dell’illustre sociologo, appaiono quanto mai attuali. 
In verità, alcune minacce del  nostro tempo (attentati terroristici, crisi finanziarie, disastri ecologici, mutamenti climatici, proliferazione di virus letali) hanno sempre caratterizzato l’evoluzione della specie umana. Fin dalla sua comparsa sulla terra, l’uomo ha dovuto affrontare situazioni di crisi che hanno messo a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Tuttavia, i rischi e i pericoli di oggi si distinguono essenzialmente da quelli del passato per la loro natura globale e per il fatto che essi derivano spesso dal forte sviluppo conseguito, in ogni settore,  dalla società avanzata. Essi, inoltre, sono amplificati da comportamenti umani errati, a cui i singoli individui non sono in grado di sottrarsi. 
E’ indubbio che il contagio al coronavirus si sia sviluppato in modo inaspettato, trovando la comunità scientifica completamente sprovveduta, senza alcun antidoto efficace. L’incertezza delle sue conseguenze preoccupa la popolazione mondiale, infonde paure ataviche e fa riflettere sui valori fondamentali della vita e della morte. In una società, tanto avanzata da considerarsi  invulnerabile, la realtà della morte, bandita dalla cultura corrente, riappare più viva che mai  a sconvolgere le nostre comunità. L’alibi che la sofferenza e la malattia riguardi sempre gli altri, magari perché più malandati o avanti d’età, ad un  tratto  scompare. Rimane l’insicurezza, l’ansia e la paura per il domani. Le morti “non sospette” che quotidianamente si verificano nel mondo, non fanno clamore, restano ristrette nella vita privata del nucleo famigliare del defunto. Per risvegliare nella collettività la coscienza della sua fragilità, basta un virus “straniero”, in grado di sconvolgere la quotidianità di tutti. Ma tale evento può anche risvegliare la determinazione e il coraggio necessari per reagire alla situazione di crisi e attivare le conoscenze e le misure idonee per sconfiggerlo. La necessità induce la scienza alle scoperte epocali, la società a sviluppare il senso di unità e di collaborazione, ad accorgersi che oltre alla propria individualità esistono gli altri con i quali, voglia o non voglia, occorre cooperare e condividere le difficoltà. 
Nel bene e nel male, il mondo contemporaneo è sempre più interconnesso e interdipendente. Le sfide attuali non consentono di isolarsi. Tutti devono assumersi la reciproca responsabilità di affrontarle nel  modo più efficace. La collaborazione internazionale, specie quella scientifica, è fondamentale per debellare il virus che oggi affligge l’umanità. Così nella società globalizzata, i vari attori, la Comunità internazionale, lo Stato, le sue istituzioni, il mondo politico svolgono insieme un ruolo essenziale per la sicurezza e la salute dei propri cittadini.
Le minacce che incombono sulla vita di ognuno, nel mondo, generano una condivisa esperienza di vulnerabilità e una conseguente presa di responsabilità nei confronti del prossimo. Forse soltanto realizzando il progetto di una comunità globale che sappia riconoscere e legarsi all’altro, anche nei momenti più difficili e rischiosi, è possibile uscire dallo stato di paura e sviluppare una nuova forma di cooperazione che garantisca una ragionevole sopravvivenza a tutti e preservi l’umanità dall’insuccesso, nelle sfide  che verranno.

domenica 26 gennaio 2020

L'ANNO CHE VERRA'


Caro anno nuovo,
ti sto aspettando con ansia perché  desidero risollevare con un tocco di  gioia e di ottimismo  la mia vita. Vorrei riscontrare i segni della tua generosità verso tutti coloro che saranno con te durante il succedersi dei tuoi giorni.  La lista delle cose da migliorare su questo pianeta sono tantissime e in parte a me sconosciute. Ma concedimi qualche istante per esprimere  qualche mia richiesta.

Nella speranza che tu non nasconda inaspettate e brutte  sorprese, chiedo di poter beneficiare di un anno con un po’ di serenità, di affetto, magari con qualche piccola soddisfazione  da condividere con gli altri e le persone care.  Non farmi mancare la salute necessaria per continuare ad andare avanti  e affrontare le situazioni difficili. Leggo e  sento che sarai un altro anno  impegnativo, per molteplici ragioni, a somiglianza dell’attuale e di quelli trascorsi di recente. Ho fiducia, tuttavia, che tu possa  aiutarmi a tirar fuori il sopito coraggio per affrontare i giorni che non vorrei mai incontrare. Nella società in cui vivo c’è tanto bisogno di saggezza e condivisione. Calma gli animi più agitati facendo loro riconoscere le ragioni della pacifica convivenza. Tuttavia, non essere troppo flessibile verso  coloro che, consapevolmente, sprecheranno il tuo tempo con comportamenti  egoistici e inconciliabili con la natura umana.  Fa loro intendere che fanno del male anche a se stessi.
Consigliami come togliere il velo di incomprensione che avvolge il mio cuore, facendomi provare la gioia di donare qualcosa che mi appartiene alle persone che mi accompagnano e sono a me vicine, durante le tue lunghe giornate. Dammi una mano a togliere la polvere dai miei occhi, per riconoscere meglio il mondo che mi circonda e  comprendere ciò che è veramente importante per me e gli altri.
Sai bene che la tua durata è breve e anch’ io non posso sprecare il poco tempo che la vita mi riserva. Fa in modo che ti possa  apprezzare e ricordare per quanto di buono e utile  darai  in ogni singolo tuo giorno. Mentre si avvicendano le tue stagioni, accompagna con il tuo silenzio le persone che hanno bisogno di essere ascoltate, capite o semplicemente notate perché anche loro possano vivere in condizioni dignitose.
Ti invito a non disperdere e a conservare gelosamente tutto ciò che  quest’ anno, prossimo alla fine,  è riuscito a realizzare con enormi sacrifici.  Se puoi, evita gli errori che immancabilmente sono stati compiuti. Piuttosto utilizzali per trarre  utili  ammaestramenti  e rendere più interessanti i tuoi giorni.
In attesa del tuo arrivo, conto sulla tua comprensione, nella speranza che queste mie istanze possano avere qualche seguito.  Certo sono consapevole che ti chiedo tante cose, troppe. So che esse sono ardue da realizzare, ma lasciami sperare in un anno più vicino alle necessità di ogni singola persona. Purtroppo  i tempi che corrono sono pieni di  incertezze e preoccupazioni. Qualche piccolo  segno positivo può essere di aiuto nell’affrontare gli anni che verranno. Da parte mia, darò il mio contributo  affinchè le cose vadano meglio e cercherò di  non rendere il tuo compito ancora più complicato. Ti aspetto. A presto.

giovedì 3 ottobre 2019

L'insicurezza: il malessere di una società in continuo cambiamento


L’insicurezza che colpisce sempre più la nostra società è il risultato di paure derivanti dalla psiche delle persone o da cause esterne insite nell’ambiente ove si vive, in un mondo in continua trasformazione. Ogni individuo ha le sue fragilità, le sue paure (paura di un serpente, del buio, dell’acqua, di guidare, ecc..),  derivanti dall’eredità genetica, dall’educazione ricevuta sin dai primi anni di vita o dall’esperienze affrontate nel corso dell’esistenza.  Qualora alcune paure coinvolgano la collettività, vale a dire la famiglia, la città, il Paese di appartenenza,  per il determinarsi di specifiche condizioni di rischio (terremoto, terrorismo, malattie, ecc.), il vivere comune diviene incerto e difficile. E’ utile considerare, altresì, che l’insicurezza percepita in situazioni particolari, da alcune persone, non sempre rappresenta la situazione di rischio effettivamente esistente. Ad esempio la paura di prendere l’aereo o le reazioni della folla di fronte ad un evento improvviso,  sono comportamenti che esulano da ogni canone di razionalità.
L’insicurezza che si avverte nella nostra società deriva, oltre che dalle paure dei singoli individui, da molte situazioni in atto o incombenti a livello più ampio, continentali o mondiali, che deteriorano la comune sopravvivenza. A titolo esemplificativo si possono citare, tra queste, la minaccia nucleare, il terrorismo, l’inquinamento atmosferico, gli squilibri del mercato e demografici, i fenomeni naturali, le migrazioni di popoli in cerca di migliori condizioni di vita, ecc.. In particolare, quest’ultimo evento ha caratterizzato i processi storici del passato, anche del nostro Paese che, oggi,  per la sua collocazione geografica è soggetto a detto fenomeno. L’arrivo sul suolo patrio di altri esseri umani è percepito come un attacco a tutto ciò che ci appartiene (le tradizioni, il benessere, la cultura, ecc..), sia che essi giungano dall’Africa, dai Paesi asiatici, dai Balcani o dal Medioriente. L’incontro con popoli, di altre culture, religioni, ecc.. ci dà un senso di insicurezza perché ci costringe ad aprire la fortezza del nostro piccolo mondo. Chi è vissuto all’estero in contesti multietnici, ha già incontrato e vissuto tale sensazione nei rapporti con gli altri. Tuttavia,  riflettendo, ci si rende conto che, alla fine,  nonostante molte diversità, gli esseri umani hanno in comune la capacità di ragionare, comprendere e adattarsi a nuove realtà, così come il desiderio di  felicità. In generale, gli spostamenti di popoli sulla terra, alla ricerca di migliori condizioni di vita, avvengono, quando non provocati esplicitamente da regimi autoritari (per attuare la pulizia etnica), a causa di tante situazioni di sottosviluppo, indigenza, crisi politiche e guerre. E’ noto che la specie umana sul nostro pianeta,  sin dalle sue origini, è andata alla ricerca di nuovi territori per soddisfare le aumentate esigenze di vita e di sviluppo. L’Homo Sapiens è partito dalle savane africane dell’Etiopia, per giungere con lunghissime migrazioni in Asia, in Australia e addirittura in America attraversando lo stretto di Bering. Se i nostri progenitori non si fossero avventurati verso terre lontane e inesplorate forse, come i Neanderthal, non saremo qui a raccontare la loro storia. Certo questi fenomeni ci rendono insicuri,  sospettosi verso coloro che  entrano nel nostro territorio abituale, specie quando manifestano comportamenti imprevisti, non convenzionali. Appare ovvio che le migrazioni debbano essere regolamentate al più alto livello possibile,  per far sì che esse non diventino  un business ignobile nelle mani di pochi.
Tuttavia, occorre evidenziare che l’aumentato senso d’insicurezza che oggi si avverte nelle relazioni con gli altri è frutto, principalmente, di una società globalizzata, liquida, ove i riferimenti temporali e spaziali del passato, delle tradizioni e delle piccole comunità di appartenenza, si sono disgregati a favore di più larghe e incontrollabili organizzazioni impersonali (i social networks, i grandi aggregati urbani, le organizzazioni internazionali). In queste strutture  le persone sono anonime, non si riconoscono, vivono insicure e sole, piene di paure per il futuro, per sé e i propri familiari. Come, allora, aumentare la percezione della propria sicurezza? Lo psicologo americano Erik Erikson afferma che la ricerca della sicurezza porta a riaffermare la propria identità, attraverso cui è possibile controllare l’ansia e la paura. A ben considerare, l’appartenenza ad una comunità, a una Nazione,  ecc.. ci può dare, attraverso i rispettivi leader, un più concreto senso di sicurezza in un mondo indefinito,  in continuo cambiamento.  Ma i leader hanno la responsabilità di creare, con misure appropriate, tale positiva percezione, senza far leva sulle paure endemiche tipiche dell’attuale società, tenendo conto dell’evoluzione continua delle comunità che rappresentano e dei mutamenti che  avvengono all’esterno, anche per effetto della globalizzazione che condiziona ogni situazione terrena, come i movimenti delle acque del mare influiscono sulla navigazione di una nave.

mercoledì 8 maggio 2019

La Grande Missione

Mantenere accesa la fiamma dei nostri valori è  lo scopo principale della nostra associazione, costituita prevalentemente da Ufficiali in quiescenza, con una lunga esperienza di vita militare. Per meglio comprendere il significato di tale assunto, ritengo che si possa trarre qualche utile riflessione dal contenuto di un’opera letteraria del secolo scorso: “Il deserto dei Tartari”. Il libro è stato scritto da Dino Buzzati, un bellunese, giornalista del Corriere della Sera, nel periodo che precede la seconda guerra mondiale. Egli descrive in modo inquietante e a volte molto critico, ambienti, regole, personaggi,  aspettative del mondo militare. Probabilmente, da giovane sottotenente, aveva colto i lati più discutibili e negativi di questa vita. Ma, nell’insieme, la storia che racconta è la parabola di un Ufficiale che  perde l’entusiasmo iniziale per adattarsi alla routine di un lavoro duro e ripetitivo, fuori dalla realtà, mentre il tempo scorre a sua insaputa, in attesa di qualcosa  (l’arrivo dei Tartari) che deve avvenire. L’evento si verificherà quando egli, ammalato e prossimo alla fine, sarà lontano ed impossibilitato a partecipare alla battaglia  desiderata.
Il  protagonista, Tenente Giovanni Drogo, è assegnato alla Fortezza Bastiani, un avamposto al confine del deserto sottostante, teatro di rovinose incursioni da parte dei Tartari. La fortezza è collocato sulla sommità di una montagna. I militari che la presidiano sono fermamente decisi a difenderla con regole ferree; essi sono sostenuti da un’unica speranza che è lo scopo della loro missione: attendere i Tartari in quel deserto, per combatterli, acquisire gloria, onore e diventare, insomma, eroi. Il giovane Ufficiale avverte subito una contraddizione. Si accorge che dal quel luogo non potrà realizzare i  suoi ideali e, dopo i primi quattro mesi, desidera di andarsene, ma allo stesso tempo, al di fuori della fortezza, nella città, ove risiedono i suoi affetti, non si trova più a suo agio. Così  rimane a vivacchiare lassù  in quel luogo, sospeso tra terra e cielo, fino ad accorgersi, dopo 15 anni, che il tempo è fuggito. Il Maggiore Giovanni Drogo, minato da una grave malattia, è costretto a lasciare la Fortezza per andare a morire, da solo, in un'anonima locanda, in città. Ma egli non muore nella disperazione. Superata, infatti, la rabbia, la delusione, la tentazione di rinnegare tutta la sua vita, egli si convincerà che la Missione Suprema è proprio quella che sta affrontando: la morte «esiliato fra ignota gente», da solo ed abbandonato.
Il testo è ricco di significati metaforici e simbolici. La fortezza è il nostro io, impenetrabile, disumanizzato, nella città ci sono gli altri, gli amici, le persone care. Il deserto è la vita arida e senza valori, con le sue paure e le sue illusioni. In tale quadro, si può leggere un messaggio profondo che riguarda tutti e ciascuno di noi.  E’ sbagliato rinchiudersi nella fortezza del proprio io, distaccandosi dagli altri e abbandonarsi ai riti quotidiani, senza dare un senso alle proprie azioni ed  attendere spasmodicamente che sulla sabbia gialla della vita si verifichi l’evento, per il quale abbiamo dedicato tutte le nostre energie, sperando alfine in una gratificazione che nessun uomo ci darà. Il fluire inesorabile del tempo ci porterà, in ogni caso, come per Giovanni Drogo, verso l’ultima, certa Missione. I nostri ideali non possono mai venir meno per le difficoltà che con il passare degli anni sono destinate ad aumentare. Anche l’Ufficiale protagonista del racconto, alla fine, riscopre l’onore e la dignità e pensa:  “Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati finalmente della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare.”